Ecco perché anche Courtney Love ha la sua teoria sul Boeing 777
Dare spazio a notizie infondate e non verificate, rilanciare suggestioni che provengono dai social network, dar voce all’assalto rabbioso giustizialista. Da quando l’aereo della Malaysian Airlines è scomparso, i giornali inglesi e quelli americani si stanno interrogando sul modo in cui viene affrontata la cronaca di una sparizione che offre poche notizie certe e di cui si è potuto dire nulla, quindi tutto. Sul web si è parlato di: un esperimento scientifico condotto dalla compagnia aerea ai danni dei passeggeri, un dirottamento – forse da parte della Cina, ma intanto la Corea del nord stava testando dei missili, e se fosse stato abbattuto? Un complotto degli alleati sovietici? – oltreché di un viaggio spaziale, temporale, di alieni e di teletrasporto.

Eppure c’è un altro mostro che accompagna le scombiccherate teorie cospirazioniste, l’istinto giustizialista. Il colpevole per un aereo che precipita – l’aereo, simbolo dell’evoluzione umana, macchina perfetta perché prodotto della migliore ingegneria e “il mezzo di trasporto più sicuro del mondo”, come si dice a chi ha paura di volare – deve essere trovato. E allora quando i primi sospettati – una coppia di iraniani in viaggio con passaporto rubato ma che non avevano null’altro che potesse somigliare al profilo di un terrorista – non davano più motivo di speculazioni, dàgli al pilota. “Il pilota dell’aereo scomparso mostrava sui social network interesse per la democrazia e l’ateismo”, titolava l’altroieri Robert Mackey sul blog The Lede del New York Times. Titolo che suona ironico perché c’è davvero chi, in queste ore, sta cercando di trovare a tutti i costi qualcosa di sospetto nella vita del capitano Zaharie Shah. Nella sua passione per il volo, per esempio, tale da fargli costruire un simulatore di volo con le sue mani e mettere i video su YouTube in cui, sorridente, ne spiega la fabbricazione. Nella sua passione per la democrazia, per cui la sua presenza, a poche ore dal volo, al processo contro Anwar Ibrahim, il leader dell’opposizione malese condannato per sodomia, è stata tradotta dai media come un chiaro segno di insofferenza politica che avrebbe potuto portare il capitano a schiantare l’aereo nell’oceano, lui con i suoi passeggeri.
C’è una serie tv in programmazione su Sky che si chiama “Indagini ad alta quota” (nella versione originale canadese si chiama “Mayday”). Il segreto del successo dei mini-documentari di National geographic è l’impostazione thriller: di ogni incidente aereo – fatti di cronaca, non fiction – viene ricostruita l’indagine tecnica poi montata e trasmessa con l’identica tecnica narrativa del giallo-noir. Il sospetto è che anche per il Boeing 777-200, e per le 239 persone a bordo, la verità verrà fuori quando il circo mediatico cesserà di produrre fiction.
È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.
